Radici e ali

È possibile tagliare i ponti col passato e vivere felici? Rompere con la famiglia d’origine è un fenomeno sempre più diffuso o, forse, sempre meno nascosto: sul tema si moltiplicano le pubblicazioni e gli articoli di giornale, la sensazione empirica è che ciascuno di noi conosca più persone di prima che non hanno rapporti con i genitori, l’hashtag #nocontactparents si vede più spesso sui social… in generale, sembra che di questa scelta, forse per la prima volta, si parli a voce alta. Ma quali sono le conseguenze di questa decisione sulla nostra vita interiore?
Cominciamo, prima di tutto, col delimitare alcuni contorni: ci sono casi dolorosissimi – fatti di abusi, violenze fisiche e verbali, manipolazioni patologiche, dipendenze – in cui un allontanamento è doveroso e necessario. Se non conosciamo il vissuto di chi ci sta di fronte, dovremmo sempre astenerci dai giudizi affrettati. Nessuno di noi si sognerebbe (più) di dire frasi come “anche se è violento, è pur sempre tuo marito”, ma, per qualche ragione, molte persone troverebbero più lecito dire qualcosa tipo “è sempre tua madre” o “è sempre tuo padre”, anche senza conoscere in profondità i fatti. Dobbiamo stare attenti, perché questo può ferire. È d’altra parte importante ribadire che, in caso di traumi veri e propri, dovuti ad abusi o violenze, è assolutamente raccomandato affidarsi a un terapista per un percorso di riparazione strutturato.
Tuttavia, per fortuna, nella maggior parte dei casi, dietro la decisione di diradare o azzerare i rapporti con la famiglia d’origine, non ci sono crimini o vere e proprie violenze, ma piuttosto incomprensioni dolorose, paradigmi disfunzionali, incomunicabilità, differenze difficili da accettare: nodi che non hanno permesso all’Amore di scorrere. Situazioni meno “gravi” ma comunque così frustranti, così penose, così velenose, che a volte può essere più sano allontanarsi. È qui, in questo scenario, che come coach sento di poter dare più probabilmente un contributo.
La questione è complessa e, come sempre, occorre accostarvisi con rispetto e delicatezza. «Famiglie strappate», un libro del sociologo americano Karl Pillemer, stima che ci siano almeno 67 milioni di statunitensi adulti che hanno interrotto i rapporti con la famiglia d’origine. Un fenomeno, quindi, non così raro. Lucy Blake, invece, è una psicologa inglese che da anni ha concentrato su questo argomento la sua attività di ricerca universitaria: ha scritto un libro con una pecora nera in copertina, intitolato «No family is perfect» (sottotitolo: “Una guida per abbracciare l’incasinata realtà”) nel quale afferma che il 17 per cento degli universitari britannici ha disconosciuto almeno un parente stretto. Quasi un ventenne su cinque che non si riconosce nelle proprie radici. Ma cosa succede dentro di noi quando facciamo una scelta del genere?
“Ogni volta che si decide di interrompere i rapporti familiari – sintetizza la psicanalista Laura Pigozzi, autrice di «Amori tossici» – c’è qualcosa che non si è potuto dire e di cui non si può parlare”. Se, dunque, da una parte è utile lavorare per eliminare lo stigma, tenendo conto che la scelta di rompere è difficile, ma talvolta necessaria, è anche opportuno riflettere, altrettanto apertamente, su cosa significhi “tagliare i ponti”.
La questione principale quando si tratta di “escludere qualcuno dalla propria vita” è che non possiamo semplicemente eliminare, con un atto volontario, tutti gli effetti, le emozioni, le conseguenze e le tracce che quel legame spezzato lascia dentro di noi. Al contrario, gli “esclusi” tendono a diventare parti di noi che non riusciamo ad accettare. Indipendentemente dalla decisione di frequentarsi o no, dunque, dobbiamo considerare, curare e guarire tutti i numerosi aspetti emotivi, simbolici ed energetici legati a quella decisione. Le costellazioni familiari sono uno strumento pensato per guardare in modo diverso il vissuto, nostro e di chi ci ha preceduto: è un approccio di cui mi avvalgo nel mio lavoro (sui miei social potete trovare le date degli eventi corali). Il metodo, ideato dallo studioso Bert Hellinger, prevede di osservare i nostri sentimenti e le nostre percezioni in un “campo di energia intelligente”, che ci offre risorse per riconoscere e sbloccare gli schemi portatori di sofferenza e disagio.
Ci sono tante ragioni per cui qualcuno può essere escluso, perfino dalla memoria: perché il suo destino ci fa paura, perché ce ne vergogniamo, perché lo consideriamo indegno. Ma fare tabula rasa non funziona praticamente mai. È più facile se lo pensiamo su un’organizzazione aziendale: che succede al nuovo manager che arriva e, anziché valorizzare e includere il sapere dei dipendenti, cerca di azzerare la storia e imporre la sua visione? Probabilmente avrà più successo armonizzando le conoscenze e portando a bordo le risorse vecchie e nuove. Le costellazioni familiari sono viaggi interiori che permettono di ricercare la causa dei conflitti, nodi, blocchi che sono sorti nel nostro sistema e di cui non sempre abbiamo chiara l’origine.
Tutto ciò che resta bloccato, sospeso e irrisolto tende a frenare il nostro cammino. Ecco perché, anche se ci troviamo nella condizione di dover interrompere una frequentazione, è bene agire in modo che il nostro sentire, il nostro vissuto e la nostra interiorità non restino impigliati in quello strappo. Non si tratta di cercare per forza una riconciliazione attiva con l’altra persona, ma di agire in modo “riconciliato”, cioè consapevole e accogliente anzitutto verso noi stessi e le nostre ferite. Per abbracciare l’intera nostra storia così com’è. Sempre sorretti dalla consapevolezza che la Vita non sbaglia e, quando non ci regala gioie immediate, ci regala comunque occasioni di apprendimento.
La pratica delle costellazioni agisce sulla coscienza, trasforma i nostri stati d’animo e ci guida nel lavoro di recuperare il corretto ordine delle cose, in cui i grandi danno con amore mentre i piccoli ricevono con gratitudine, in cui nessuno può essere escluso dal sistema, e niente può essere lasciato indietro. Anche quando non ci piace, dobbiamo riconoscere che siamo frutti di un Albero, un “albero maestro”, che ci porta sfide ma anche grandi risorse. A quest’albero possiamo attingere con amore, gratitudine e voglia di imparare, per dare a ciascuno un posto nel nostro cuore, con l’intento di creare pace dentro e fuori di noi.